VITALITA'17 gennaio 2012 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Almeno fino a quando, beninteso, il profumo non viene coperto da un’insopportabile puzza di aglio. Quando quel lezzo persistente ristagna nella stanza di zia Antonia, ospite della casa di riposo di Bellano, al nipote Ernesto Cervicati, in visita alla zia come tutti i giorni, i conti non tornano: che le suore abbiano avuto la mano pesante nel condire le pietanze che hanno servito ai degenti? Ma no. È impossibile. I gesti e i riti che si ripetono giorno dopo giorno nella casa di riposo non ammettono deroghe. Qualcuno ha portato quell’odore di aglio da fuori. Ma chi? Suor Speranza, che gestisce la gloriosa istituzione bellanese con mano ferma e piglio autorevole, indaga. E la stessa zia Antonia, avvolta nel suo consueto alone, non può aiutare a sciogliere il mistero, perché si rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda, chiusa in un mutismo ostinato e sconcertante. Cosa sta succedendo? Ecco una sarabanda bellanese cucinata con tocco sapiente da Vitali, un piattino poco impegnativo ma saporito, che ci inebrierà degli aromi lacustri e un po’ grassi tipici della narrativa di questo autore. Come spesso accade nei romanzi di Vitali, tutto sembra muovere dal piacere di nominare i propri personaggi attingendo a un repertorio fantastico di nomi e cognomi che fanno tanto provincia ubertosa, che evocano tradizioni consolidate attraverso generazioni di piccola borghesia di bottega. Ma anche i momenti storici in cui le storie sono ambientate hanno la loro importanza, e in quest’ultimo Zia Antonia sapeva di menta la vicenda narrata trova spazio agli inizi degli anni Settanta. Oggi sarebbe più difficile immaginare una storia come quella di zia Antonia, dei suoi due nipoti Ernesto e Antonio e della ossigenata Augusta Peretti, felliniana figlia di salumiere nonché moglie del suddetto Cervicati Antonio, delle cui brame irrefrenabili è oggetto ad ogni ora del giorno e della notte. Ma c’è anche un esercito di volonterose suorine che guardate in controluce, attraverso qualche refolo della breva che increspa le acque del lago, possono sembrare somiglianti alle "pinguine" dei Blues Brothers; come quelle intente a perseguire il bene con qualunque mezzo, e come loro soggette ai disegni malandrini di qualche ipocrita. Chi sarà, a voler mettere le mani sul patrimonio accumulato nel corso di una vita di morigeratezza esemplare dalla zia Antonia, che si è concessa giusto il vizio di mangiare mentine a tutte le ore? Da buon osservatore di costumi e tipi umani, Vitali è troppo accorto per puntare il suo indice - più divertito che giudicante - sui bersagli più ovvi, e grazie al suo ormai acclarato talento per le storie, riesce a farci stupire anche di cose che sotto sotto avevamo sospettato sin dall'inizio della nostra lettura. Bravo! A cura di Wuz.it
Almeno fino a quando, beninteso, il profumo non viene coperto da un’insopportabile puzza di aglio. Quando quel lezzo persistente ristagna nella stanza di zia Antonia, ospite della casa di riposo di Bellano, al nipote Ernesto Cervicati, in visita alla zia come tutti i giorni, i conti non tornano: che le suore abbiano avuto la mano pesante nel condire le pietanze che hanno servito ai degenti? Ma no. È impossibile. I gesti e i riti che si ripetono giorno dopo giorno nella casa di riposo non ammettono deroghe. Qualcuno ha portato quell’odore di aglio da fuori. Ma chi? Suor Speranza, che gestisce la gloriosa istituzione bellanese con mano ferma e piglio autorevole, indaga. E la stessa zia Antonia, avvolta nel suo consueto alone, non può aiutare a sciogliere il mistero, perché si rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda, chiusa in un mutismo ostinato e sconcertante. Cosa sta succedendo? Ecco una sarabanda bellanese cucinata con tocco sapiente da Vitali, un piattino poco impegnativo ma saporito, che ci inebrierà degli aromi lacustri e un po’ grassi tipici della narrativa di questo autore. Come spesso accade nei romanzi di Vitali, tutto sembra muovere dal piacere di nominare i propri personaggi attingendo a un repertorio fantastico di nomi e cognomi che fanno tanto provincia ubertosa, che evocano tradizioni consolidate attraverso generazioni di piccola borghesia di bottega. Ma anche i momenti storici in cui le storie sono ambientate hanno la loro importanza, e in quest’ultimo Zia Antonia sapeva di menta la vicenda narrata trova spazio agli inizi degli anni Settanta. Oggi sarebbe più difficile immaginare una storia come quella di zia Antonia, dei suoi due nipoti Ernesto e Antonio e della ossigenata Augusta Peretti, felliniana figlia di salumiere nonché moglie del suddetto Cervicati Antonio, delle cui brame irrefrenabili è oggetto ad ogni ora del giorno e della notte. Ma c’è anche un esercito di volonterose suorine che guardate in controluce, attraverso qualche refolo della breva che increspa le acque del lago, possono sembrare somiglianti alle "pinguine" dei Blues Brothers; come quelle intente a perseguire il bene con qualunque mezzo, e come loro soggette ai disegni malandrini di qualche ipocrita. Chi sarà, a voler mettere le mani sul patrimonio accumulato nel corso di una vita di morigeratezza esemplare dalla zia Antonia, che si è concessa giusto il vizio di mangiare mentine a tutte le ore? Da buon osservatore di costumi e tipi umani, Vitali è troppo accorto per puntare il suo indice - più divertito che giudicante - sui bersagli più ovvi, e grazie al suo ormai acclarato talento per le storie, riesce a farci stupire anche di cose che sotto sotto avevamo sospettato sin dall'inizio della nostra lettura. Bravo! A cura di Wuz.it
p.s. per chi riuscirà ancora a trovarlo in giro, magari su qualche bancarella, diverse settimane fa in allegato al Sole 24 è uscito in racconto sempre di Andrea Vitali "Parola di Cadavere".
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